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Cose da fare prima di morire: 24 ore con i Limp Bizkit

Posted luglio 22, 2013 by Pierpaolo Festa in Culture

Viaggio nel tempo con la band di Fred Durst. L’intervista esclusiva e il segreto per scatenarsi ai loro concerti

Prologo: Mic Check

Mosca – Ricordo ancora quando all’università, all’inizio del ventunesimo secolo, ci dividevamo in due tipi di colleghi: quelli che amavano l’energia incazzosa dei Limp Bizkit e quelli che eliminavano la parola energia e li catalogavano semplicemente come “boy band incazzata”.

Quindici anni nel futuro mi ritrovo davanti al loro palco. A 42 anni Fred Durst indossa ancora quel cappellino girato all’indietro e un paio di tre-quarti  sulle gambe: questa volta li ha scelti giallo-verdastri catarifrangenti. Sembra quasi un clown. Il suo volto è coperto da un barbone che lo avvolge. La scena è surreale: eccolo entrare e impiegare una manciata di secondi per infiammare la folla che è venuta a vederlo. Quello che accade nei novanta minuti che seguono è una vera zona di guerra dove l’aggressività si trasforma in energia, sfiorando il ridicolo un paio di volte e finendo per risollevarsi.

La copertina di Significant Other, tatuata interamente sulla schiena di Fred Durst

La copertina di Significant Other, tatuata interamente sulla schiena di Fred Durst

Limp Bizkit: L’intervista esclusiva a Fred Durst e Wes Borland
Torniamo indietro. Mancano ancora quattro giorni al concerto e la prima cosa che noto quando incontro Fred Durst fuori dall’hotel nel centro di Mosca sono i suoi tatuaggi sparati su tutto il corpo: per esempio un grosso fiore dietro il collo ed entrambe le braccia coperte di immagini dalle spalle fino ai polsi. Impossibile, invece, scorgere i volti di Elvis e Kurt tatuati sul petto né tantomeno quello che si dice gli crei tanta vergogna: l’intera copertina di Significant Other (l’album che nel 1999 consacrò i Limp Bizkit come astri nascenti del Nu Metal) tatuata sulla schiena. Dieci minuti dopo sono circondato da un entourage russo e statunitense. C’è anche il loro personal assistant, una montagna di muscoli che si ferma a venti centimetri da me, pronto a mettermi knock out se sgarro sulle domande. Cosa che ovviamente è accaduta subito…

A 42 anni Fred Durst indossa ancora quel cappellino girato all’indietro: sembra quasi un clown

La verità è che non ho mai ascoltato l’ultima produzione dei Limp Bizkit. In un certo senso mi sono trovato d’accordo con Fred Durst quando lo scorso anno dichiarò: “Nel 2000 eravamo seguiti da 35 milioni di persone. Dodici anni dopo, molti sono andati avanti. Siamo stati un momento nella storia”.  Cerco dunque di partire dal passato e davanti a Fred e Wes Borland – il chitarrista che lontano dal palco è elegantissimo in giacca e cravatta – decido di cominciare con una domanda sul cinema. La domanda sbagliata…

Fred in passato hai aperto una delle tue canzoni più celebri – “Livin’ It Up” – dedicandola a Ben Stiller e chiamandolo “You’re my favourite Motherfucker!”. E’ una grande amicizia quella che vi lega?
(A quel punto Fred sgrana gli occhi e mi fredda): Eravamo amici. Ma adesso non ci parliamo più. Abbiamo perso i contatti.

(Convinto che Durst avrebbe interrotto l’intervista immediatamente, mi scuso dicendo che non ne sapevo nulla. Però poi lui continua come se nulla fosse) Effettivamente quella volta nello studio di registrazione ci stavamo divertendo parecchio. Ben era lì. L’ho guardato e mi è venuto così naturale!

Non suoniamo mai i nuovi brani. Probabilmente perché sappiamo che il pubblico in quel momento si addormenterebbe

Qualche tempo dopo lui ti chiamò per un cameo in Zoolander…
Ha aperto la mia carriera cinematografica. E’ stato molto facile. Dovevo interpretare me stesso. In un certo senso ha ricambiato il favore. Di solito si dice “sono stato fortunato a stare su quel set”. E’ vero, anche perché quel set era uno spasso.

Quanto invece è cambiata la vostra carriera nel momento in cui Tom Cruise ha detto: “Ok, voglio questi ragazzi per il tema di Mission: Impossible 2”?
Rimarresti davvero sorpreso della velocità con cui abbiamo realizzato quella canzone. Appena un paio d’ore. Tom era in contatto con altre band all’epoca: quando ci ha proposto un demo non abbiamo esitato e siamo tornati da lui al più presto. Ha amato il brano e la cosa più straordinaria è che non avevamo idea che la canzone avrebbe vissuto oltre il film. E’ una delle nostre canzoni più celebri: basta suonare le prime note per emozionare il pubblico.

Forse è stata anche la vostra definitiva porta di ingresso all’Europa…
(Risponde Wes) Certamente. Era un momento in cui tutto stava accadendo alla velocità della luce. Immaginate una macchina superveloce – schum schum schum schum! – tutto si muoveva così. D’un tratto abbiamo deciso di inserire quella canzone anche nel nostro album Chocolate Starfish e abbiamo anche girato il video.

Continuiamo un momento il tema del cinema: avete qualche riferimento cinematografico che ispira i vostri suoni?
Fred: Non saprei. Potrei dirti tutto. Siamo degli osservatori e traiamo ispirazione dalle persone che ci circondano. Continuiamo a imparare. La prospettiva cambia ed evolve.

(Dopo questa risposta criptica e generica, Wes prende la parola e mi stupisce)
Wes: Cambiano costantemente. In passato è stato The Cell di Tarsem a influenzare le mie performance sul palcoscenico. Quel film ha ispirato tanti miei look durante gli show. Oggi invece mi sento più vicino a La montagna sacra di Alejandro Jodorowsky. E’ un film molto più vecchio che ho scoperto da qualche anno. Mi ha influenzato nella maniera più assoluta.

Bella risposta intellettuale. Ora la domanda che volevo farvi sin dall’inizio: siete ancora incazzati come quindici anni fa?

Devo essere estremamente attento a non far arrabbiare Wes, perché diventa come Hulk

Fred: Spesso mi capita di avere una reazione vocale aggressiva. Oppure di vivere dei momenti in cui mi sento veramente esposto e vulnerabile. Può anche capitare mentre incido le canzoni e quindi il risultato rimane per sempre. Comunque direi che anche noi abbiamo i nostri up & down, questo non vuol dire che siamo incazzati tutto il tempo!

Wes: Parla per te! Io mi sento irritato. Costantemente. E cerco di nasconderlo con quello che invece dovrei sentire…

Fred: Ok lo ammetto, avere a che fare con te è come camminare sulle uova. Devo essere estremamente attento a non farti arrabbiare, perché mi diventi come Hulk.

Ok adesso mi avete dato l’idea della vostra energia aggressiva. Vorrei chiedervi però quanto siete nostalgici verso il passato, dal momento che i vostri show attuali sono incentrati totalmente su brani precedenti…
Be’ è vero non suoniamo mai i nuovi brani. Probabilmente perché sappiamo che il pubblico in quel momento si addormenterebbe. Nostalgici? La verità è che non possiamo tornare indietro. Tutto cambia e cose belle, oscure e incredibili continuano ad accaderci. L’emozione però rimane: è bellissimo poter suonare in Europa nel corso di Festival per artisti internazionali. Lo preferisco, dal momento che in America tutto è più veloce. Tutto finisce e viene rimpiazzato.

Chiedo sempre qual era il poster che avevate in camera da ragazzi?
Fred: Dipende da che età? A diciotto anni non avevo poster, ero più interessato alle ragazze. Però prima appendevo tutto quello che trovavo sugli skateboard nelle pagine dei magazine.

Wes: Io ero circondato da poster dei Metallica.

Un’ultima domanda da fan a proposito del concerto. Ci sono chance di ascoltare “N 2gether Now”?
Fred: Zero.

Pierpaolo Festa intervista i Limp Bizkit

Scatto tremolante con Pierpaolo Festa tra un Fred Durst pseudo-incazzato e Wes Borland travestito da business-man

Sul campo di battaglia – Lo show dei Limp Bizkit

Torniamo nel cuore del parco al VVC Exhibition Center, a due passi dal bellissimo monumento Worker and Kolkhoz Woman, dove falce e martello si incontrano nei pugni incrociati di un uomo e di una donna. Sono passati appena dieci minuti dall’inizio: Fred Durst ci dà dentro con la sua voce a sbraitare “Fuck this shit”, “Kick your ass” e lanciare altre “F-Bomb” come se non ci fosse un domani. Quando il quarantaduenne intona “My Way” e “My Generation”, la mente torna velocemente a quelle parole pronunciate da Durst sull’andare avanti. E’ quello che sto pensando: “Amico, io sono andato avanti. Sembra che tu invece sia rimasto fermo”. Continua così per un po’. Lo show si apre sulle note di “Golden Cobra” e poi rifila una serie di greatest hits del passato con qualche sorpresa – a un certo punto intoneranno anche “Smells Like Teen Spirits” dei Nirvana.

Wes Borland in versione body-paint

Wes Borland in versione body-paint

L’unico attore convincente all’interno di questo carrozzone è proprio Wes Borland che molla la giacca e la cravatta dell’intervista per sfoggiare il suo look body painted: totalmente in nero con i muscoli scolpiti nel marmo e un maschera in stile Fantasma dell’Opera che gli copre metà del volto e si illumina. La restante porzione della faccia è truccata con cerone bianco e rossetto. La creazione di Borland è inquietante: si rimane affascinati a vedere questa sua creatura che mette timore ma che allo stesso tempo è in grado di ipnotizzare l’occhio. E’ lui quello che cerchiamo sul palco costantemente, sorvolando su tutte le parolacce energiche che Durst sputerà per i novanta minuti del concerto.

Dopodiché succede l’impensabile: finisci per scatenarti e saltare come una molla al fianco della folla russa totalmente galvanizzata

Dopodiché succede l’impensabile: ti rendi conto che dal palco ti fanno una specie di “inception”. Sarà perché la gente attorno a te è agitata, oppure perché tutta quell’aggressività ti fa venire voglia di tirare fuori anche la tua e liberarti. Finisci per scatenarti e saltare come una molla al fianco della folla russa totalmente galvanizzata. E’ successo durante la cover di “Killing in the Name” dei Rage Against the Machine dove al tredicesimo “Fuck you I won’t do what you tell me” comincio a strillare anche io.  Ed è continuato anche con “Behind Blue Eyes” degli Who, che lo stesso Fred aveva arrangiato in occasione di quel filmetto che era Gothika. Il finale dello show è il knockout definitivo sulle note del tema di Mission: Impossible e quelle di “Break Stuff” che chiude lo show con Durst che strilla “You’d better stay away motherfucker”.

Fred Durst si prende cura dei suoi fan a Mosca

Fred Durst si prende cura dei suoi fan a Mosca

La scaletta è conclusa e i cinque componenti della band lasciano il palco sulle note di “Staying Alive” dei Bee Gees che è un bel paradosso rispetto al loro stile. Sono state suonate sedici canzoni. Sono stati strillati un mezzo migliaio di “Fuck” (quarantasei soltanto nel brano “Hot Dog“).  I Limp Bizkit escono di scena: forse è l’ultima volta che li vedrò, ma è una tacca in più sulla mia Bucket List, quella in cui vengono scritte le cose da fare prima di morire.


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