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Veracrash. Desert Session a Milano

Posted febbraio 28, 2013 by 47no in Culture
Milano ora di pranzo

mi trovo in via Paolo Sarpi, bici cariche di paccottiglia ferme in un angolo della strada nascondono Francesco, voce e chitarra dei Veracrash.
Saranno almeno 5 o 6 anni che non ci becchiamo, ci siamo conosciuti tempo fa per lavoro, durante un evento a Bardonecchia, lui stagista di un ufficio stampa io con la mia vecchia agenzia. Continuammo a lavorare insieme per un po’, poi cambiò lavoro, ma non abbandonò la sua passione principale: fare musica.
Durante questi anni ho continuato a seguire la sua carriera musicale e oggi è finalmente venuto il momento di incontrarlo di nuovo e di intervistarlo per farmi spiegare cosa è successo ai Veracrash dall’ultima volta che ci siamo visti. Ci accomodiamo in un ristorante, ovviamente cinese, e ordiniamo il pranzo, si chiacchiera meglio davanti a un piatto di riso saltato con verdure, qualche involtino primavera e un paio di birre belle fresche, anche se fuori sta nevicando…

Veracrash

Allora Francesco, tutto ok? Ti trovo bene, sei cresciuto! Effettivamente è un po’ che non ci si vede… Raccontami qualcosa dei Veracrash, quando avete formato la band?
Il gruppo nasce nel 2004 come una vera esigenza. Avevamo questa fissa di mettere su una band, di vivere il sogno, suonare dal vivo, viaggiare; sai, abbiamo iniziato a suonare verso i 16 anni, chi da solo chi con altre band, poi nel 2004 abbiamo finalmente unito le forze e sono nati i Veracrash. Le nostre influenze erano e sono tutt’ora varie: c’era chi veniva dall’hardcore, chi dal punk, ma anche e soprattutto, dal noise e dallo stoner.
Nel 2006 abbiamo pubblicato il nostro primo lavoro, “The Ghost”, un Ep di 4 pezzi, molto carino se ascoltato oggi perché, in un certo senso, è un po’ ingenuo, ma ebbe un notevole successo di critica tanto che ci spinse a continuare, avevamo trovato la nostra strada. L’Ep ci diede la possibilità di suonare dal vivo insieme a molti gruppi molto più grandi noi, con i nostri miti insomma, come Brant Bjork, Mondo Generator, Truckfighters, Nebula, Ufomammut e molti altri.
Nel 2009 esce il nostro debut album “11/11″, registrato nel luglio 2008 ai Morbid Sound Studios di Milano con la produzione di Luigi Galmozzi e masterizzato ai Jupiter Studios di Seattle da Martin Feveyear (Qotsa, Mudhoney, REM, Kings Of Leon). Per l’occasione l’artwork del disco fu realizzata da Seldon Hunt, un vero mito (Isis, Melvins, Neurosis).
“11/11″ fu accolto molto molto bene sia all’estero che in Italia e ci ha fatto conoscere ad un pubblico ancora più vasto. Sinceramente questo successo all’epoca ci sorprese un po': sai suonando stoner con testi in inglese in Italia ancora non avevamo avuti grandi riscontri, non siamo mica in California…

Se avessimo usato l’italiano per le nostre canzoni non avremmo mai avuto quella attenzione che invece abbiamo ricevuto oltre i confini italiani

Veramente vi siete stupiti? Bella storia, comunque il vostro sound è molto internazionale, molto USA, significa che avete lavorato bene, che state molto sul pezzo…
Il nostro sound nasce dalle nostre influenze come ho detto prima, ma anche da un’idea e da una voglia, quella di suonare all’estero, di raggiungere più persone possibili con la nostra musica, per questo la nostra lingua è l’inglese. Vedi, se avessimo usato l’italiano per le nostre canzoni non avremmo mai avuto quella attenzione che invece abbiamo ricevuto oltre i confini italiani. Personalmente non amo molto la musica italiana, certo con delle eccezioni, e questo, secondo me, proprio perché cantando in italiano non avrei mai potuto vivere il mio sogno, andare a suonare all’estero, non sarei mai potuto uscire dall’Italia con la mia musica e questa cosa l’avrei sicuramente vissuta come motivo di angoscia, di paranoia. Se i Veracrash avessero fatto musica rock in italiano magari avremmo avuto sicuramente più successo in Italia, club e teatri strapieni, comparsate in TV, ecc…, ma non avremmo mai avuto la possibilità di suonare e di essere ascoltati all’estero. Nel mondo quante sono le persone che ascoltano gruppi italiani che cantano in italiano? La Pausini, Ramazzotti, Albano, sono delle eccezioni…

In Svezia due sessantenni, incuriositi, sono venuti a un festival dove suonavamo perché volevano sentire una band italiana che faceva rock. Ci hanno fatto i complimenti e hanno perfino comprato due copie del nostro CD

Ad esempio prendi Il Teatro Degli Orrori, sono bravissimi, ma chi se li caga fuori Lugano? Nessuno. Band come i Verdena, gli After Hours hanno detto: “Noi siamo italiani!”, hanno fatto la loro scelta, vogliono suonare in Italia, ok, va bene, io non voglio criticare nessuno e ne affermare che una scelta sia meglio dell’altra, certo come direbbe Stanis di Boris: “E’ molto italiano questo comportamento“. Però, sapendo che noi, purtroppo, non ci viviamo di musica, tra una scelta e l’altra abbiamo preferito proiettarci verso un panorama più internazionale. Se devo giocare, gioco bene e fino in fondo… Dai se vuoi c’è un po’ di snobismo, ma puro, senza cattiveria una cosa di gusto nostro pur sapendo che il nostro prodotto non è perfetto, ma che comunque si difende bene all’estero. Ti racconto un aneddoto…
In Svezia due sessantenni alla fine di un nostro concerto sono venuti a parlarci. Ci hanno detto che avevano visto un manifesto che pubblicizzava il festival in cui suonavamo con scritto Veracrash (Italy) e, molto incuriositi, erano venuti a vederci perché volevano sentire una band italiana che faceva rock, cosa che per loro era molto strana. Ci hanno raccontato di non aver mai sentito ne visto prima una band italiana suonare rock duro, ci hanno fatto i complimenti e hanno perfino comprato due copie del nostro CD…

Veracrash
“My brother the Godhead” è il titolo del secondo disco uscito lo scorso dicembre. Parlami un po’ di questo vostro nuovo lavoro, siete soddisfatti?
Dopo il nostro primo tour europeo siamo stati invitati a suonare al “Live at Heart”, un importante Festival rock in Svezia, lì abbiamo incontrato Niklas Kallgren dei Truckfighters con il quale avevamo già suonato insieme, e parlando con lui del fatto che stavamo per iniziare a registrare il nuovo disco ci ha detto se volevamo farlo con lui in Svezia. Ci è sembrata subito un’ottima proposta, anche la nostra etichetta, la Go Down Records è stata subito d’accordo, l’unico lato negativo di questa storia era che avevamo a disposizione solo due settimane per registrare, ma abbiamo deciso di farlo lo stesso perché l’occasione di lavorare con Niklas per noi era troppo ghiotta. Gli svedesi sono dei musicisti eccezionali e dei lavoratori instancabili, veramente bravissimi.

My brother the Godhead è in un certo senso il nostro disco più oscuro, claustrofobico, alieno, ispirato e dalla passione per le teorie sulla cospirazione, lo gnosticismo, la controcultura

In Svezia lo stoner è un genere molto apprezzato dal pubblico, i Truckfighters hanno una grande esperienza, hanno suonato molto in USA. Niklas ha capito esattamente quello che volevamo, ci ha dato la sua impronta, quel suono fat che cercavamo, un suono quasi oscuro, cupo, anche perché i pezzi erano più dark rispetto a “11/11″ e, si, siamo molto soddisfatti, è venuto proprio il disco che volevamo… “My brother the Godhead” è in un certo senso il nostro disco più oscuro, claustrofobico, alieno. E’ ispirato e influenzato dalla mia passione per le teorie sulla cospirazione, lo gnosticismo, la controcultura, il misticismo e le droghe psichedeliche. Tutto quello che abbiamo assimilato durante questi anni, letture, discorsi, esperienze l’abbiamo rivomitato e messo in musica; i nostri testi, la copertina, fa tutto parte di questo processo di assorbimento. Ovviamente senza prenderci troppo sul serio, il nostro scopo non è tanto far riflettere le persone, ma farle divertire, farle viaggiare, certo se poi possiamo offrire uno spunto, una specie di visione, benvenga…

Quanto tempo ci avete messo per realizzarlo?
In media per fare un disco ci mettiamo un paio d’anni, non ci piace fare le cose a cazzo di cane (Boris docet! ndr). Facciamo un disco quando abbiamo quindici canzoni, non cinquanta, ci piace studiare molto i pezzi: siamo molto esigenti, soprattutto io…

Come è stato accolto dalla stampa italiana “My brother the Godhead”?
Bene, devo dire molto bene… Abbiamo avuto delle ottime recensioni da parte di Rumore, Blow Up, Rockit. Rock Now ci ha addirittura definito come la band stoner del terzo millennio… Il problema è che non riusciamo ad arrivare alla stampa più mainstream come Rolling Stone e XL. Abbiamo un nostro ufficio stampa, Fleisch, lo stesso dei Verdena, degli After Hours, però non c’è niente da fare: non c’è spazio per band italiane come la nostra sulle copertine patinate di queste riviste… Ma va bene così, per noi è più importante suonare live all’estero e aumentare la nostra fan base concerto dopo concerto con la forza della nostra musica.

Andrete in tour per promuovere il nuovo disco?
Sì, partiamo il 6 marzo. Saremo in Germania, Polonia, di nuovo Germania e per finire in Svizzera. Suoneremo in alcuni festival, molti club e un paio di squat. In autunno faremo quattro date in Olanda, sarà la prima volta per noi, siamo molto emozionati: suonare ad Amsterdam è sempre stato un nostro sogno. Inoltre siamo in attesa di alcune conferme per l’estate. Stiamo anche lavorando ad una serie di concerti in Italia, subito dopo il tour europeo.

Avete mai pensato di collaborare con altre band?
Si, perché no, se il progetto è interessante… A dire il vero, dopo l’uscita del nostro primo disco avevamo buttato giù una collaborazione con Guè Pequeno, dei Club Dogo. Avevo scritto un pezzo per lui, parole e musica e volevamo pubblicarlo su quello che sarebbe stato il nostro secondo disco, ma poi alla fine abbiamo deciso di non registrarlo e di non includerlo nell’album. All’inizio eravamo convinti, poi ragionandoci meglio non avrebbe avuto senso inserire un pezzo rap in italiano in un disco stoner che doveva essere spinto soprattutto all’estero, in un certo senso era un’operazione che sapeva troppo di marchetta…

Conosco i Dogo da quando ero piccolino, eravamo vicini di casa, le nostre mamme erano amiche: prendevo un sacco di schiaffi da Jake la Furia

Con i Dogo… Insolito, non trovi?
Si, soprattutto perché i Dogo li conosco da quando ero piccolino, regolarmente prendevo un sacco di schiaffi da Jake la Furia, le nostre mamme erano amiche, eravamo vicini di casa. Quando siamo diventati un po’ più grandi era lui che mi difendeva dagli zarri. Mi ricordo una volta, tolse tre denti ad un tipo per difenderci: eravamo al muretto del Parini, in Moscova, lo picchiò in maniera molto dura, non avevo mai visto una cosa simile, avevamo 14 anni; era un pazzo, il vero zarro del quartiere.
Cosimo (Guè Pequeno) è stato il mio migliore amico dai 14 ai 16 anni, eravamo due grungettoni, Nirvana e Mudhoney a manetta… Andavamo al liceo insieme, poi piano piano ci siamo separati, lui ha intrapreso la strada dell’hip pop. Con il passare del tempo li ho visti crescere, sinceramente non avrei mai pensato che sarebbero potuti arrivare dove sono arrivati adesso, sono molto contento per loro. Guè ora è super lanciato, un vero pimp… sai che abbiamo tutti lo stesso avvocato? Si, quello che si vede in Club Privè, il loro reality trasmesso da MTV. E’ divertente, stanno sempre ficcati al Berlin, sembrano molto zarri sugli schermi televisivi…
Fino a Dogocrazia ho ascoltato tutti i loro dischi, stanno spingendo al massimo, però quando vedo il guercio a Quelli che il calcio o alle Iene lo prendo per il culo sul suo profilo Facebook, non posso astenermi dal farlo, ahahahah…

Link
http://www.facebook.com/veracrashgang
http://twitter.com/veracrash
http://www.youtube.com/veracrash
http://itunes.apple.com/us/album/my-brother-the-godhead/id584469037
http://veracrash.bandcamp.com

 

 

 


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